Le centrali francesi e il kilowattora italiano

Con la presente news vogliamo analizzare nel dettaglio cosa sta succedendo alla produzione nucleare francese visto l’importante impatto che questa ha nel mercato elettrico italiano.

A settembre del 2016 l’autorità francese sulla sicurezza nucleare Asn (Autorité de sûreté nucléaire) ha chiesto una fermata urgente per ragioni di sicurezza di 21 dei 58 reattori nucleari dell’EdF, la società elettrica statale francese. A seguito della scoperta di un difetto nel serbatoio del futuro reattore Epr di Flamanville (sulla Manica, in Bassa Normandia), l’Asn ha avviato una campagna intensiva di controlli di tutte le centrali sul territorio francese e, nell’autunno scorso, tutti i reattori con quella tipologia di lavorazione dell’acciaio sono stati fermati per verifica.

La Francia ottiene tutt’oggi il 75% della sua elettricità dall’energia prodotta da 58 reattori dislocati in 19 centrali nucleari ed è il più grande esportatore al mondo di energia elettrica – l’Italia è uno dei principali importatori – da cui ricava un guadagno netto di 3 miliardi di euro all’anno. Questo blocco di produzione interessa Svizzera, Belgio, Spagna, Germania e Gran Bretagna e non di certo da ultima l’Italia. Il nostro Paese, infatti, importa solitamente dalla Francia 4,5 miliardi di chilowattora al mese ma dall’autunno scorso oltre a produrre da sé quell’energia non più importata deve addirittura esportarne ai francesi.

Così l’aumento della domanda ha fatto salire le quotazioni del chilowattora nella Borsa elettrica italiana. Per l’Italia la riduzione dell’import netto alla frontiera settentrionale ha comportato un deciso incremento dei prezzi dell’energia – il valore del PUN è passato infatti da 42,89 €/MWh di settembre 2016 a 72,24 €/MWh di gennaio 2017 – e ha richiesto un incremento di gas russo, Lng e gas metanoo dato che il 50% della produzione elettrica nazionale è generata da centrali termoelettriche alimentate a gas metano.

A che punto è oggi la situazione nucleare francese?

Quello che sembrava un piano organizzato e prestabilito di chiusure pianificate per ammodernamenti e controlli programmati appare non essere sotto controllo come EdF vorrebbe far pensare.

1- Il reattore numero 2 della centrale nucleare francese di Fessenheim, la più vecchia centrale nucleare francese che dovrebbe chiudere nel 2018 contemporaneamente all’avvio dell’Epr di Flamanville, non sarà riavviato come previsto alla fine del mese a causa di ulteriori controlli e non potrà tornare in produzione prima di almeno altri quattro mesi.

2- A febbraio 2017 viene inaspettatamente arrestata in via preventiva la produzione di energia del Reattore 1 di Flamanville a causa di un’esplosione anche se si è verificata nella sala macchine non sviluppando dunque alcun rischio atomico o di contaminazione.

3- Qualche giorno fa, anche l’unità 2 di Flamanville è stata fermata dopo la scoperta di una fuga di acqua da un circuito di raffreddamento situato nella parte non nucleare del reattore. Entrambi i reattori di Flamanville, dunque, sono attualmente all’arresto.

Riepilogando, ad oggi sono fermi 11 dei 58 reattori nucleari francesi, 4 dei quali per periodi prolungati – oltre a Fessenheim 2, risultano inattivi Gravelines 5 fino alla fine di giugno, Paluel 2 fino alla fine di novembre, Bugey 5 fino alla fine di maggio – riducendo quindi la generazione nucleare del 10% circa in rapporto all’anno precedente.

Nel suo rapporto annuale, EdF ostenta comunque sicurezza: nel 2016 si è registrato un deciso miglioramento rispetto agli anni precedenti, con 28 arresti automatici dei reattori (minimo storico) contro i 38 del 2015 e i 31 del 2014. Tale risultato si deve all’attuazione di una gestione più rigorosa dei controlli di sicurezza, anche se resta insoddisfacente la qualità delle operazioni di manutenzione…

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