IL RALLY DEL PETROLIO

In questo momento, il principale driver di mercato che giustifica l’andamento del prezzo del petrolio delle ultime settimane è l’aspettativa per un vaccino anti-Covid. La notizia, infatti, che le vaccinazioni contro il Covid-19 negli Stati Uniti potrebbero iniziare entro tre settimane hanno migliorato le prospettive della domanda e le quotazioni del petrolio, supportate anche dal contestuale indebolimento del dollaro, hanno toccato il loro livello più alto dall’inizio di settembre.
È lecito però pensare che è improbabile che i vaccini abbiano un’influenza repentina sulla richiesta di petrolio, ragion per cui le scorte sono destinate a mantenersi a livelli elevati.
Un altro elemento da tener monitorato, complice del balzo in media di quasi due punti percentuali dei prezzi del WTI e del Brent, è il meeting dell’Opec+ (paesi Opec e paesi non Opec come la Russia) che inizierà lunedì prossimo.
Lo scorso aprile, si era raggiunto un accordo per il taglio, a partire dal 1° maggio, di 9,7 milioni di barili al giorno, poi ridotto ad agosto a 7,7 milioni. Ora l’Opec+ dovrà decidere se procedere o meno con il previsto aumento della produzione di petrolio (circa 2 milioni di barili giornalieri).
Gli analisti di Goldman Sachs credono che l’Opec+ aspetterà tre mesi circa, prima di innalzare l’offerta come precedentemente pianificato, in quanto il taglio dell’output sarebbe “nel breve termine l’azione migliore” e, quindi, hanno diramato una nota in cui affermano di prevedere, in caso di estensione dei tagli alla produzione, come da loro auspicato, prezzi del Brent in media a 47$ al barile.
L’Opec+ non sta vivendo certamente un periodo facile perché, oltre a far fronte a tutta la serie di tensioni interne derivanti dall’incertezza in merito alla strategia da intraprendere circa i tagli alla produzione, deve anche gestire l’emergenza Emirati Arabi Uniti che starebbe valutando di abbandonare la coalizione.
A fine estate, gli Emirati Arabi Uniti hanno violato la quota Opec+ e hanno ricevuto un severo avvertimento dall’Arabia, trattamento non riservato ad altri Paesi. I recenti dati esaminati dal Joint Ministerial Monitoring Committee mostrano, infatti, che solo meno della metà dei produttori rispetterebbe gli impegni presi col Cartello. Tra i paesi “poco diligenti” spicca la Russia che però non è mai stata rimproverata dai rappresentanti del Regno, anche a fronte del secondo maggior eccesso di offerta in ambito Opec+. Considerati a lungo come l’alleato più affidabile dei sauditi nell’Opec, è facile capire perché gli Emirati Arabi Uniti si irritino per questo apparente favoritismo nei confronti della Russia, considerata per decenni un concorrente.
Gli Emirati sono indispettiti, inoltre, dal fatto che starebbero praticando tagli più profondi rispetto a tutti gli altri produttori: la sua produzione giornaliera di greggio è limitata a 2,59 milioni di barili fino alla fine dell’anno, ma ha la capacità di produrre circa 4 milioni di barili giornalieri. Il minacciare di andarsene dal Cartello potrebbe essere un tentativo di forzarlo a rivedere la sua quota di produzione.
Decisione difficile per l’Opec perché da un lato accontenterebbe gli Emirati, ma, dall’altro, tutti gli altri membri inizierebbero a fare di tutto per ottenere un trattamento di favore, e questo porterebbe ad un rapido collasso dell’Opec+. Decisione difficile anche per gli Emirati che, nel caso di abbandono dell’Opec, metterebbero in crisi i rapporti con l’Arabia Saudita, con importanti conseguenze politico-economiche.
Accade spesso che prima degli incontri Opec ci siano scontri dell’ultimo minuto che poi si risolvono in un nulla di fatto ma, di certo, comunque si evolva questa situazione, si è accentuata ancor di più la tensione in seno al Gruppo in un momento così delicato.