IL PETROLIO: L’ANALISI DEI PRIMI 10 GIORNI DI NOVEMBRE

Il prezzo del petrolio, in questo periodo, è stato fortemente influenzato da tre fattori importanti:
1- L’esito del voto USA.
2- Il fattore vaccino anti-Coronavirus.
3- Le decisioni dell’OPEC.

L’ESITO DEL VOTO USA
C’era attesa per vedere quale sarebbe stata la reazione dei mercati alla proclamazione ufficiale di Biden, avvenuta il 7 novembre dopo un lungo conteggio dei voti negli Stati in bilico.
Già la settimana scorsa, quando la parola che meglio descriveva i mercati era volatilità, si registrava una delle migliori performance degli ultimi mesi tanto negli Stati Uniti, quanto in Europa, dove i listini azionari hanno guadagnato in media sette punti percentuali.
In rialzo sulla scia della maggiore propensione al rischio con la conferma della vittoria di Joe Biden, il petrolio ha inserito la marcia più alta ed è arrivato a guadagnare oltre dieci punti e superare quota $40 al barile per il WTI e $42 al barile per il Brent europeo, complice il calo del dollaro.
Sciolti i dubbi sulle urne, due restano le principali incognite nel futuro immediato: la possibile battaglia legale che potrebbe essere scatenata dallo sconfitto Donald Trump e la leadership nel Congresso Usa.
La situazione di stallo attuale è la migliore per i mercati. Le aspettative di meno riforme normative e più stimoli monetari sotto il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden hanno sostenuto la propensione al rischio. “Le attese relative ad una maggior stabilità derivante da una amministrazione Biden, insieme alle speranze per un nuovo pacchetto di stimoli, hanno sostenuto i prezzi del petrolio, tuttavia, la resistenza opposta da Trump potrebbe determinare un protrarsi della volatilità a lungo termine” (Will Sungchil Yun, senior commodities analyst presso VI Investment Corp.).

IL FATTORE VACCINO ANTI-CORONAVIRUS
L’annuncio di Pfizer, di inizio settimana, di un possibile vaccino anti-Covid con la concreta possibilità di avere decine di milioni di dosi disponibili già nel breve periodo ha messo le ali ai listini europei, riportando la piazza di Milano ai massimi pre lockdown di marzo. La sola notizia ha innescato un rafforzamento del sentimento ottimistico verso una più rapida ripresa economica a livello globale. Questo ha significato, per il greggio, un aumento delle quotazioni innescato da una maggiore propensione al rischio e dall’allentamento dei timori sulla domanda, che nelle scorse settimane è stata messa a dura prova dalle nuove misure restrittive varate in vari Paesi. I future Brent sono saliti sopra i 45 dollari al barile, con un aumento del 15% rispetto alla scorsa settimana, mentre il greggio statunitense (WTI) ha ampiamente superato la soglia dei 40 dollari al barile.

LE DECISIONI DELL’OPEC
Al prossimo meeting Opec+ fissato per il 30 novembre bisognerà arrivare con le idee chiare. Gli scenari percorribili per non ripetere gli errori del marzo scorso quando a causa dei dissidi tra Russia e Arabia Saudita e della pandemia il greggio crollò a livelli record, sono incrementare i tagli alla produzione di greggio o estendere quelli attuali (7,7 milioni di barili al giorno) al primo trimestre del 2021.
I lockdown, almeno per ora, non sembrano avere l’intensità di quelli di primavera: in queste condizioni è plausibile pensare che l’impatto sulla domanda di petrolio non sarà marcato come accaduto in precedenza, ma, sicuramente, si avranno delle ripercussioni importanti. Altra causa del precipitare della situazione è il ritorno della produzione libica grazie ad una tregua nella guerra civile: la nazione prevede di esportare sino ad 800.000 barili giornalieri nel mese di novembre, quasi otto volte le spedizioni di agosto.
In difficoltà anche i produttori di petrolio OPEC, che si trovano ad affrontare una forte concorrenza sia all’interno sia all’esterno del Gruppo: negli USA, ad esempio, è atteso un aumento della produzione indotto dall’incremento delle attività di perforazione e dal termine della stagione degli uragani.
I membri chiave della OPEC non sembrano molto contenti di una presidenza Biden negli Stati Uniti.
Donald Trump ha sempre criticato l’operato del Cartello, ma, alla fine, si è rivelato fondamentale nella mediazione dei tagli alla produzione di greggio che hanno condotto al recupero, seppur parziale, delle quotazioni dell’oro nero, ma, ora, Joe Biden potrebbe modificare in modo marcato le relazioni diplomatiche degli Stati uniti con tre membri OPEC, ovvero Arabia Saudita, Iran e Venezuela e, inoltre, la situazione potrebbe mutare anche nei confronti della Russia, produttore chiave nell’alleanza OPEC+.
La rigorosa applicazione delle sanzioni statunitensi contro Iran e Venezuela ha tenuto fuori dal mercato milioni di barili di petrolio al giorno, e se Biden dovesse allentare le misure su entrambi, negli anni a venire, un aumento della produzione potrebbe rendere più difficile per l’OPEC bilanciare il mercato.
Tuttavia, fonti e diplomatici regionali del Golfo hanno dichiarato a Reuters che una vittoria di Biden non sconvolgerà alleanze decennali, mentre un’altra fonte ha spiegato che anche nel caso in cui le sanzioni contro l’Iran dovessero essere revocate, questo non avverrebbe in tempi brevi, ragion per cui i membri OPEC+ avrebbero il tempo necessario per modificare l’accordo in essere al fine di accogliere il greggio iraniano.

Sebbene i prezzi del petrolio siano supportati dalle notizie positive sul vaccino, le prospettive complessive della domanda rimangono offuscate, considerando le restrizioni in Europa e negli USA. Questi fattori, uniti alla ripresa della produzione di petrolio libico, potrebbero pesare sui prezzi a breve termine. La previsione di alcuni analisti, è che l’oro nero raggiungerà i 60 dollari al barile entro la fine del 2021 in base alla probabilità che i produttori continuino a frenare l’offerta.