I PREZZI DI SETTEMBRE, CHE MESE!

Da un capo all’altro del mondo il mese di settembre è stato caratterizzato da eventi che hanno destabilizzato i prezzi di energia e petrolio.

FRANCIA

Nei primi giorni di settembre EDF, società che in Italia controlla Edison, ha dichiarato che alcuni dei suoi reattori nucleari potrebbero contenere componenti scadenti, riaccendendo così i timori di arresti prolungati. EDF non aveva precisato se qualcuno dei 58 reattori del paese sarebbe stato arrestato, ma i prezzi dell’elettricità sono comunque aumentati in previsione degli arresti.

L’annuncio è stato un altro duro colpo per l’industria nucleare in Francia, che dipende più dall’energia atomica di qualsiasi altra nazione. Non più di tre anni fa, EDF ha dovuto controllare quasi un terzo dei suoi reattori nucleari dopo aver scoperto problemi di fabbricazione in componenti chiave comportando interruzioni della manutenzione più lunghe del previsto e riducendo l’output. Un nuovo reattore in costruzione a Flamanville, nella Francia occidentale, è anch’esso danneggiato dai ritardi nella costruzione slittata di tre anni alla fine del 2022, a causa di saldature difettose. La costruzione era iniziata nel 2007, con costi stimati per 3,3 miliardi di euro (nel frattempo lievitati a 10,9 miliardi) e avvio dell’attività nel 2012.

Quest’ultimo incidente non aiuta l’immagine di EDF. Gli analisti di Barclays Bank sostengono che “dovrebbe esserci un aumento significativo dei prezzi dell’energia elettrica in Francia e nell’Europa centrale sulla base delle probabili future interruzioni nucleari francesi, il che potrebbe potenzialmente significare che EDF debba acquistare la produzione di generazione francese a corto di un prezzo premium”.

Iprezzi di elettricità e gas sono quindi impazziti: l’allerta nucleare in Francia èun rischio per la sicurezza, ma anche per le esportazioni di energia dal Paese, in gran parte dirette verso l’Italia

A settembre le tensioni maggiori si sono verificate – in tutta Europa – sui mercati forward, per le consegne di elettricità nel prossimo trimestre, con picchi di rialzo fino al 10%. Ancora più netta l’impennata del gas, non solo perché il combustibile dovrà sopperire alle carenze di nucleare nella generazione elettrica, ma anche perché il mercato ha ricevuto altre due notizie negative, una relativa alle forniture dall’Olanda e l’altra relativa al gas russo. Rialzi a doppia cifra percentuale anche al Psv italiano, dove il gas spot si è spinto a 14,50 €/MWh.

ARABIA SAUDITA

Sabato 14 settembre gli impianti petroliferi della Saudi Aramco di Abqaiq e Khurais, che si trovano nel cuore dell’Arabia Saudita a pochi chilometri da Riad, sono stati colpiti da droni e missili. L’attacco è stato rivendicato dai ribelli filo-iraniani Houthi, che dal 2015 combattono in Yemen contro una coalizione a guida saudita. Non si tratta del primo episodio: a maggio due petroliere saudite erano state attaccate nel Golfo Persico, mentre altre navi avevano subito misteriosi sabotaggi al largo di Fujairah. In queste ore il sospetto che in realtà ci sia stata la mano iraniana diventa sempre più concreto, aumentando la preoccupazione di una ritorsione militare USA/saudita.

Secondo fonti Reuters ci vorranno «settimane, non giorni» per ripristinare la piena produzione.

Il bombardamento ha costretto Riad a dimezzare la produzione di greggio, secondo indiscrezioni, con una perdita di circa 5 milioni di barili al giorno: volumi pari al 5% dei consumi mondiali, di cui sarebbe difficile fare a meno.

Il primo giorno di trattative successivo all’evento, il Brent e i prodotti petroliferi sono schizzati sulla piazza di Londra: alle 7:30 già quasi 25.000 contratti erano stati scambiati, a un prezzo di oltre 65 dollari al barile, 5 dollari al di sopra della chiusura del venerdì precedente a quota 60. Ma in apertura c’è stata una vera e propria fiammata, con un balzo di ben 12 dollari in pochi secondi, salendo fino a quota 71.

Le quotazioni del greggio dopo l’impennata di cui sopra sono scese, per la seconda seduta consecutiva: Brent e Wti hanno perso circa il 2%, portandosi rispettivamente sotto 64 dollari e intorno a 58 dollari. A favorire il ribasso sono intervenute le statistiche settimanali sulle scorte Usa, che hanno mostrato un accumulo di 1,1 milioni di barili di greggio.

L’attacco è arrivato proprio alla vigilia di un possibile incontro sul nucleare tra Trump e il presidente iraniano Rohani e nella settimana in cui il progetto per la quotazione in Borsa della Saudi Aramco ha subìto un’accelerazione, con il rinnovo dei vertici della compagnia petrolifera e il ricambio al ministero del petrolio. Saudi Aramco è tuttora determinata a quotarsi in borsa entro i prossimi dodici mesi quindi ha tutto l’interesse a minimizzare gli effetti del colpo subìto, ed è probabile che tenterà di continuare a rifornire il mercato tramite le scorte che il Regno ha a disposizione.

La produzione di petrolio dell’Arabia Saudita sta gradualmente risalendo verso «i livelli di prima» e il recupero completo avverrà entro fine novembre. Con questa rassicurazione Riad ha affondato le quotazioni del barile, per riportare il Brent a 64 dollari (-6%). L’obiettivo dei sauditi è tornare a estrarre 9,8 mbg a ottobre, in linea con quanto stava facendo nei mesi scorsi.

Il mercato promette comunque di rimanere volatile nelle prossime settimane con la preoccupazione di una risposta militare USA/saudita che aleggia minacciosa nell’aria.

 

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