ELEZIONI E PETROLIO

Prima della pandemia il 99% degli osservatori dava per certa la vittoria di Trump per i successi economici della sua amministrazione, ma Coronavirus e crisi conseguente hanno cambiato tutte le carte e hanno inciso sul voto. Da evidenziare l’affluenza record: molti cittadini sono rimasti per ore in fila per poter votare, nonostante la ripresa del virus. Segno di una sfida mai sentita come ora.

Biden è in vantaggio su Trump e, mentre la conquista della Camera dei democratici sembra scontata, la battaglia per il controllo del Senato è ancora aperta. Il sistema americano dà un grande potere esecutivo al Presidente ma ne bilancia la sua libertà d’azione con la possibilità che le due Camere possano bocciare, e quindi impedire, le sue decisioni. Avere in entrambe le Camere una maggioranza omogenea al partito del Presidente rende molto più forte il suo potere. Dover essere, al contrario, oggetto di un voto contrario di una delle due limita di molto la libertà d’azione degli inquilini della Casa Bianca.

La borsa di New York sta seguendo le vicissitudini di queste votazioni e ieri ha segnato la quarta seduta consecutiva di aumenti. Dapprima l’aumento scontava la fine della bagarre elettorale, poi la prevista vittoria di Biden alla Casa Bianca e infine, fra mercoledì e ieri, un risultato misto, insomma un governo diviso. Non si spiegherebbe altrimenti un rally che, con la giornata di ieri, ha accumulato aumenti per una settimana che non si vedevano dallo scorso aprile. L’ipotesi di un governo diviso, infatti, si dice a Wall Street, può andare benissimo a Biden: i suoi rapporti personali al Senato gli consentiranno di mettere a segno alleanze bipartisan.

Il conteggio fino all’ultimo voto di queste ore, le minacce di Trump su brogli e l’effetto delle azioni legali che seguiranno queste tormentate elezioni avranno un effetto ancora da decifrare nel breve periodo.

Anche se lo scontro elettorale pare essere molto più sulle persone che sui relativi programmi di seguito analizziamo alcuni punti fondamentali:

CLIMA

La contrapposizione tra i due partiti americani ha raggiunto il suo apice in ambito ambientale. Trump nega che il cambiamento climatico in corso abbia origine antropica, si è ritirato dagli accordi di Parigi e ha annunciato di voler consentire l’espansione di esplorazioni ed estrazioni di gas e petrolio sui terreni di proprietà federale e offshore. Durante il suo mandato, gli Stati Uniti sono diventati netti esportatori di gas e di petrolio e attualmente producono più petrolio dell’Arabia Saudita e della Russia. Biden, invece, vuole far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi del 2017 e si propone di investire almeno 2.000 miliardi di dollari per combattere il cambiamento climatico. Il suo progetto è che l’energia pulita al 100% si realizzi entro il 2035 e che si raggiungano le “emissioni 0” entro il 2050.

Ovviamente la divisione è netta: i democratici vedono il cambiamento climatico come una vera minaccia, tuttavia, anche la maggioranza dei repubblicani crede nel mutamento climatico ed ammette la necessità di una regolamentazione delle emissioni di carbonio, anche se qui troviamo una ulteriore divisione, con la vecchia guardia – repubblicana – che non crede fermamente nel sostegno, ad esempio, alle rinnovabili, a differenza delle nuove generazioni più preoccupate di quanto sta avvenendo.
In ogni caso anche con Biden alla Casa Bianca le possibilità di un Green New Deal radicale rimangono ridotte: le misure relative al cambiamento climatico sarebbero probabilmente attuate, in qualche modo, ma si tratterà più che altro di una sorta di transizione e non di un brusco distacco.
Una vittoria di Trump potrebbe sembrare ancora allettante, agli occhi dei vertici del settore Oil & Gas, ma sarebbe un modo di vedere decisamente poco lungimirante: il Green New Deal è esso stesso una reazione a decenni di ostruzione da parte degli interessi del petrolio e del gas e dei loro alleati repubblicani contro misure anche incrementali per affrontare il cambiamento climatico.

PETROLIO

Sotto l’amministrazione Trump sanzioni sempre più intense hanno paralizzato l’economia iraniana e ridotto le sue vendite di greggio a una frazione di quello che erano quattro anni fa. Lo sfidante di Donald Trump ha spiegato che tenterà di riportare Teheran nell’accordo sul nucleare siglato nel 2015, e questo significa che le sanzioni attualmente in essere contro la repubblica islamica potrebbero essere allentate causando il ritorno a mercato di oltre 2 milioni di barili di greggio iraniano.

L’OPEC+ dovrebbe ridurre ulteriormente i tagli alla produzione a partire dal mese di gennaio, ma è possibile che la situazione di mercato derivante dal protrarsi della pandemia di coronavirus costringa il gruppo misto di produttori ad intraprendere misure diverse, anche perché un aumento delle esportazioni iraniane potrebbe vanificare l’impatto dei precedenti tagli alla produzione causando una nuova e profonda flessione dei prezzi.

La politica interna degli Stati Uniti avrebbe anche il suo peso: in nuovo approccio con l’Iran incontrerebbe una forte opposizione al Congresso e lo stesso popolo americano potrebbe opporsi in quanto condizionato a vedere la repubblica islamica come un nemico sin dalla rivoluzione del 1979.
Più tempo ci vuole per raggiungere un possibile accordo, minore sarà l’impatto che il petrolio iraniano potrebbe avere sui prezzi o sull’operato OPEC+.

La Casa Bianca, inoltre, dovrà anche mostrarsi in grado di placare le preoccupazioni dei suoi alleati nel Golfo: un’amministrazione Biden potrebbe intraprendere una linea più dura con l’Arabia Saudita, maggior produttore OPEC ed acerrimo nemico dell’Iran; un ritorno a mercato dell’Iran avrebbe un impatto anche in questo senso, poiché il tutto si tradurrebbe in prezzi del barile più bassi, e di questo ne soffrirebbero i sauditi ed altri stati dell’area fortemente legati al petrolio.